Riflessioni sul libro di Alice Miller "La rivolta del corpo"

Le scoperte di Alice Miller sono probabilmente tra le più importanti dell’ultimo secolo e di quello che comincia. Lo si riconoscerà più avanti. Speriamo che non sia troppo tardi.

Ciò che l’autrice ha messo in luce è il fatto che il metodo educativo più diffuso nel mondo è la causa principale di una gran parte delle violenze che in seguito commettono gli adulti, nella vita familiare o in quella collettiva. Si tratta del ricorso alle punizioni corporali utilizzate da millenni in tutti i continenti, da circa il 90% dei genitori e dei maestri, molto spesso con una violenza di cui non abbiamo nemmeno idea nei paesi in cui c’è stata un’evoluzione.

Se ci fa male pensare che la violenza educativa possa essere all’origine di una buona parte dei nostri problemi, ciò avviene a causa di un meccanismo molto semplice messo in luce sempre da Alice Miller: il bambino che subisce la violenza educativa dai genitori e dai maestri viene persuaso che i suoi educatori hanno ragione e che lui è colpevole. Questa convinzione si fissa nel suo sistema nervoso durante gli anni in cui questo è in formazione e mentre i suoi neuroni s’interconnettono. Il suo cervello viene scolpito da questa educazione. E gli diventa quasi impossibile, se non incontra qualcuno che l’aiuti a comprendere di essere stato maltrattato, ritornare su questa convinzione che giustifica ai suoi occhi la violenza educativa e lo porta a riprodurla.

Questa è la ragione per cui questo metodo universare di educazione è così ben ancorato negli animi. Esso vi installa infatti un gran numero di meccanismi e di riflessi che hanno per effetto di giustificarlo e difenderlo. Questi riflessi, di cui alcuni molto antichi, altri più recenti, sono molto vari, ed è bene conoscerli per poterli identificare.

L’abitudine di picchiare i bambini per farli obbedire non era innata, visto che certe società senza scrittura non vi ricorrono. Ma quando gli uomini, per una ragione ignota, hanno cominciato a ricorrervi in tutte le più antiche civiltà, queste hanno teorizzato e giustificato tale comportamento sotto forma di proverbi. Nelle società in cui è nata la Bibbia, questi proverbi sono stati attribuiti ad un’ispirazione divina, e sacralizzati. E’ grazie ad essi che ancora oggi i membri di alcune chiese protestanti e dei testimoni di Jehovah giustificano la violenza educativa e si oppongono certe volte allo Stato quando questo tenta di vietare ciò che loro chiamano il “castigo biblico”. Nei paesi musulmani l’abitudine di picchiare i bambini è riposta su una tradizione solidamente stabilita e quasi sacra. In tal modo, la “saggezza delle nazioni” ha raccomandato ovunque durante i millenni di picchiare i bambini.

Il corollario di questa forma di dovere educativo è l’affermazione del rispetto dovuto ai genitori, quel quarto comandamento sul quale Alice Miller insiste in questo libro, e che non si accompagna, nelle tavole della legge, come lei ha ben sottolineato, ad alcuna menzione del rispetto dovuto al bambino.

Al contrario, l’idea che il bambino porti la follia dentro al cuore, o debba essere ammaestrato come un animale è altrettanto inseparabile da questa forma di educazione. All’epoca cristiana, soprattutto a partire da Sant’Agostino, lui stesso vittima di punizioni corporali, la nozione fondamentale del peccato originale diventa una ragione in più per diffidare del bambino e di cercare di correggerlo.

Una volta sacralizzata la violenza educativa, i genitori idealizzati e i bambini demonizzati, la sofferenza dei bambini picchiati con le migliori intenzioni del mondo dai loro genitori e dai loro maestri s’installa per dei millenni in un angolo morto della visione degli uomini. Essa corrisponde a un punto cieco della retina del loro spirito. E’ stupefacente vedere che gli scrittori e i filosofi, i più grandi spiriti del loro tempo, capaci di descrivere così bene i tormenti e le passioni degli adulti e di commuoversi sulla loro sorte, non abbiano in generale speso una parola durante i secoli, tranne rarissime eccezioni, della sofferenza dei bambini nonostante l’avessero tutti i giorni sotto agli occhi. Davano della violenza degli uomini ogni sorta di spiegazione, ma mai sarebbe loro venuto in mente l’idea di vederne almeno una di queste cause nel fatto che i primi iniziatori di tutti i bambini alla violenza sono i loro stessi genitori.

Si spiega spesso questa indifferenza all’infanzia e alle sue sofferenze dal tasso di mortalità che avrebbe anestetizzato la compassione. Ma è certamente più corretto ragionare come Elisabeth Badinter che scrive, a proposito delle madri del XVIII secolo: “Non è perché i bambini morivano come mosche che le madri s’interessavano poco a loro. Ma è in gran parte perché esse non si interessavano ai bambini che questi morivano in così gran numero.”

La cecità degli scrittori e dei filosofi alle sofferenze dei bambini probabilmente ha come causa la cecità davanti alle loro stesse sofferenze, che gli faceva considerare come normali le brutalità che essi stessi avevano subito nei loro primi anni di vita. Esattamente come oggi gli schiaffi e le sculacciate date ai bambini ci sembrano normali, come altrove la bastonata dov’è ancora correntemente praticata. Esattamente così come sembra perfettamente normale, agli uomini e alle donne, l’infibulazione e la violenza coniugale là dove queste sono una tradizione millenaria.

Si è dovuto attendere il XVI secolo con Erasmo e Montaige, e in seguito il XVIII e XIX secolo con la moltiplicazione dei romanzi e dei racconti autobiografici ispirati alle Confessioni di Rousseau, perché gli scrittori cominciassero a parlare della durezza della loro educazione, prima nella scuola, e in seguito, con Jules Vallès, nella loro stessa famiglia. Ma questo era ancora solo una fragile conquista poiché la violenza educativa conserva e rinnova continuamente le sue difese, ogni generazione di bambini picchiati diventa una coorte di difensori delle punizioni corporali.

Ognuno si appoggia sulla propria esperienza per affermare: “I calci al sedere che mi ha dato mio padre mi hanno fatto molto bene”. Pertanto, queste affermazioni e la giustificazione della violenza che esse sottendono testimoniano che i loro autori subiscono ancora un effetto della violenza educativa, la stessa che li porta a calpestare a spese dei bambini il principio più universale della morale: “Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”. Così come un altro principio che si è senza dubbio cercato di inculcare loro: “Non ci si attacca ad un essere più piccolo di sé”, principio di cui non vedono il rapporto con il fatto che un genitore picchi suo figlio.

L’amnesia è inoltre uno dei grandi mezzi di auto-difesa della violenza educativa. Una gran parte di questa violenza viene esercitata prima dell’età di tre anni, periodo che sfugge alla memoria cosciente. E questa, forse per proteggerci, ci evita in generale di riportare alla memoria dei ricordi troppo spiacevoli che segnano gli anni seguenti. Molte persone di cui si può provare che siano state picchiate non ne serbano alcun ricordo. L’umiliazione provocata dal fatto di essere picchiato (e dunque colpevole, come si sente sempre colpevole la vittima più del carnefice) genera la vergogna e la derisione, il leggero sorridere imbarazzato con cui vengono evocate le punizioni subite.

E questa derisione contribuisce anche a far sì che non si prendano sul serio le botte che si sono ricevute. Paradossalmente, a partire dal momento in cui si è cominciato a denunciare il maltrattamento, cioè la parte della violenza educativa che la società che così la chiama non la tollera più, questa denuncia nasconde la violenza educativa ordinaria, quella che non passa per la soglia generale di tolleranza. Si additano i seviziatori di bambini, ma coloro che li denunciano ricorrono spesso senza il minimo scrupolo a dei mezzi appena meno violenti. Si creano, e questa è una cosa eccellente, delle associazioni contro i maltrattamenti, ma queste associazioni spesso non prestano nessuna attenzione alla violenza educativa ordinaria.

Freud era partito molto bene quando scoprì gli abusi sessuali subiti dalle isteriche, inventando la nozione di trauma. Ma ha virato di bordo per non dover accusare suo padre. E, mettendo soprattutto l’accento sulle pulsioni del bambino, metamorfosi della nozione di peccato originale, ha contribuito a nascondere gli effetti della violenza educativa. Oggi è nella corporazione degli psicanalisti che si recluta la maggior parte degli specialisti dell’infanzia, sostenitori della sberla o della sculacciata.

E la messa in avanti della nozione recente di resilienza contribuisce spesso a far credere che i traumi subiti nell’infanzia abbiano poca influenza sul seguito della vita. Si dice che “la riproduzione è un mito”, quando la violenza educativa ordinaria si riproduce praticamente al cento per cento e il numero dei genitori che la praticano resta stabile in una società finché non si produce un’evoluzione importante o finché non vengono vietate le punizioni corporali.

E’ bene conoscere tutti questi processi inconsci di difesa della violenza educativa che prendono l’avvio nella nostra più tenera età. Coloro che li utilizzano non lo fanno per cattiveria, ma perché loro stessi hanno subito la loro dose di botte. E’ un meccanismo impersonale di cui siamo o siamo stati praticamente tutti vittime. E la conoscenza di questi ostacoli diventa anch’essa utile se ci si impegna in un’azione per un’educazione senza violenza.

Questa azione è indispensabile ed è portatrice di grande speranza. Infatti la riduzione della pratica e del livello di violenza educativa su tutto il pianeta è probabilmente il mezzo più efficace di ridurre il livello della violenza degli adulti nei conflitti interpersonali e collettivi.

E’ significativo vedere che nella maggior parte dei paesi europei, dove il livello della violenza educativa si è sensibilmente abbassato negli ultimi cinquant’anni, ci si orienti sempre più verso la ricerca di soluzioni non violente ai conflitti. Quando in quegli stessi paesi, un secolo o un secolo e mezzo fa, la minima manifestazione poteva trasformarsi in un massacro, come si vede ancora in quei paesi in cui la violenza educativa è rimasta intensa. Solo le zone dell’Europa dove l’educazione è rimasta tradizionale e patriarcale, cioè violenta, rimangono ancora dei crogioli di violenza e di terrorismo.

La maggioranza delle istituzioni internazionali spingono ormai i paesi a interdire la violenza educativa. L’art. 19 della Convenzione sui diritti dei bambini chiede a tutti gli stati di proteggere i bambini “contro ogni forma di violenza”, ivi comprese, precisa il Comitato dei diritti dei bambini della Nazioni Unite, le punizioni corporali in famiglia. Questo stesso comitato chiede agli stati di vietare la violenza educativa come hanno già fatto dodici paesi.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel suo rapporto di novembre 2002 sulla violenza, presenta la violenza educativa come una delle fonti importanti della violenza degli adolescenti e degli adulti. Anche il Consiglio d’Europa ha invitato gli stati europei a votare delle leggi che vietino la violenza educativa. Le Chiese, che pure hanno praticato la violenza educativa nei loro sistemi scolastici, cominciano a reagire. Il Consiglio Ecumenico delle Chiese Protestanti la denuncia sul suo sito africano come una delle fonti della violenza e invita i genitori a rinunciarci. La Chiesa Metodista Unita degli Stati Uniti ha vivamente incitato i suoi fedeli a rinunciarci. Ma la Chiesa Cattolica per il momento resta muta.

Localmente, vengono portate avanti delle iniziative molto interessanti. Particolarmente esemplare, in Camerun, è l’azione dell’associazione EMIDA. Questa dapprima ha avviato, con l’aiuto dell’UNICEF, una vasta inchiesta su 2004 bambini, 1002 genitori e 105 insegnanti. I suoi risultati hanno mostrato che il 90% dei bambini vengono picchiati a casa e il 97,6% degli allievi vengono picchiati in classe. L’associazione analizza così le conseguenze di questo trattamento: “il bambino diventa sottomesso, passivo, senza fiducia in sé; si sente colpevole, ha poca iniziativa, diventa bugiardo. Sviluppa poco il senso di responsabilità, difficilmente pensa agli altri poiché la violenza lo rende più egoista. Costituita totalmente di individui formati da questa educazione, la società manca di dinamismo, è poco creativa. La sottomissione, la passività e la violenza favoriscono largamente le guerre tribali. L’irresponsabilità e l’egoismo portano alla corruzione a tutti i livelli. La sottomissione e l’irresponsabilità non permettono la vera democrazia”.

A partire da questa analisi, EMIDA ha concepito tutta una pedagogia, redatto un manuale d’insegnamento (“Una bella avventura amare e allevare i figli”) e immaginato una strategia di formazione esponenziale. L’insegnamento di una nuova forma di educazione basata sull’amore testimoniato, il dialogo e il rispetto reciproco proposto da EMIDA, dopo 4 anni ha permesso di formare circa diecimila genitori attraverso delle associazioni e dei gruppi ben strutturati in diverse località del Camerun.

L’obiettivo di EMIDA è di formare tutti i genitori al loro ruolo, all’acquisizione di comportamenti educativi favorevoli allo sviluppo del bambino, alla risoluzione non violenta dei conflitti familiari e alla cittadinanza responsabile. La strategia di EMIDA è basata sulla formazione esponenziale. Essa consiste, al primo livello, a formare dei formatori alla miglior comprensione possibile della nuova relazione, per fargliene scoprire la forza e la ricchezza e portarli in primo luogo a integrarla come nuova norma per sé stessi e la loro famiglia. Questi formatori andranno a loro volta a sensibilizzare e poi formare degli animatori in seno alle scuole o alle associazioni di donne, di chiesa, di studenti, già esistenti. Una volta formati, questi animatori, sostenuti dai loro formatori, andranno a formare i genitori e gli insegnanti di scuola o i genitori membri di associazioni, e assicurare così il seguito nel tempo. Il successo di EMIDA è tale che l’associazione è ora sommersa di domande di formazione provenienti da organismi dello stato. Sono stati presi contatti con delle associazioni in Togo e Haiti, contatti che fanno sperare in un allargamento dell’azione di EMIDA nel resto dell’Africa e nelle Antille.

Questa azione mostra che è possibile rompere con la violenza educativa, anche in quelle regioni del mondo in cui essa è ancora molto intensa e particolarmente distruttiva. Ma bisogna ancora, come dice Alice Miller, per “liberarci da un male”, “averlo chiamato e giudicato come un male”. 

Info
Scritto da: 
Olivier Maurel
Traduzione: 
Chiara Pagliarini

Il libro recensito in questo articolo è La rivolta del corpo. I danni di un'educazione violenta di Alice Miller, Raffaello Cortina Editore, 2005.
© 2004 alice-miller.com, per gentile concessione.