Leo Buscaglia - Vivere, Amare, Capirsi

Ci sono dei libri che entrano nella tua vita e ne modificano la percezione. Ti fanno fare un passetto avanti nella consapevolezza di chi sei o di chi e cosa vorresti essere, spostando la visuale soggettiva ristretta dai sensi, dalle esperienze e dall’età.

Pensi che non leggerai mai più un libro tanto importante, illuminante, coinvolgente, ma poi la vita ti sposta, ti distrae, ti manda un'infinita quantità di messaggi altrettanto importanti, illuminanti e coinvolgenti e quel libro, quasi munito di volontà propria, se ne va a riporsi in un cassettino della memoria, pronto a saltar fuori richiamato da un riferimento, da un richiamo, da una similitudine.

E di colpo venti, trent’anni di vita vengono spazzati via e per un istante ti ritrovi di nuovo adolescente, chiedendoti come hai fatto a dimenticarti di lui o di lei, e dei suoi incredibili messaggi ed esempi che hanno fatto sì che crescendo potessi diventare una persona migliore, magari proprio chi o cosa tanto tempo fa avresti sognato di essere.

Ecco proprio quello che mi è capitato non molto tempo fa, quando senza sforzo e con molto stupore ho ricordato una delle mie pietre miliari, che rileggendo oggi ho ritrovato parola per parola scolpito nella memoria.

Per chi non lo conoscesse e lo amasse già (perché una volta conosciuto è impossibile non amarlo), ho quindi il piacere di presentarvi.

 

FELICE LEONARDO BUSCAGLIA (detto Leo)

e il suo meraviglioso libro

“Vivere, amare, capirsi”

Nato nel 1924 in America da una povera famiglia di immigrati italiani (originari della Val d’Aosta), Felice Leonardo Buscaglia detto Leo, divenuto professore universitario, tenne per la prima volta nella storia americana un corso sull’amore alla University of Southern California. Inizialmente il suo corso contava venti studenti, dopo qualche anno la lista d’attesa per accedervi contava 600 studenti, tanto che all’apertura delle iscrizioni, dopo appena 20 minuti, i 200 posti disponibili erano già occupati. Venne più volte nominato “Miglior insegnante dell’anno” da parte degli studenti.

Nella sua storia professionale iniziò occupandosi di bambini ritardati, di cui diceva:

“…quelli di noi che si interessano dell’educazione speciale conoscono bene queste maledette etichette. Noi chiamiamo certi bambini “ritardati mentali”. Questo che cosa ci dice? Io non ho mai visto un bambino ritardato mentale. Ho visto soltanto bambini, tutti diversi. Li chiamiamo studenti e perciò pensiamo di poterci presentare in una classe e insegnare a tutti nello stesso modo. Etichette. L’individuo ricco d’amore si libera dalle etichette. Dice: “Basta”.”

Così come teneva conferenze davanti a centinaia di spettatori, allo stesso modo poteva sparire per un anno, vendendo tutti i suoi beni per trasferirsi in qualche eremo orientale alla ricerca del significato dell’esistenza, magari chiuso per mesi all’interno di una stanza completamente buia mentre un monaco gli passava un po’ di cibo attraverso una feritoia. Allo stesso modo era capace di trascorrere sei mesi in Cambogia durante i monsoni, vivendo nelle zattere galleggianti assieme a chi ogni anno lascia ogni cosa perché il monsone distrugge tutto, e quel che resta è solo l’essenza di ciò che conta veramente: sé stessi.

Raccontava di aver passato la maggior parte della sua vita a “togliere” tutto quello che gli era stato inculcato durante gli anni dell’educazione scolastica. Uno dei ricordi più belli della sua infanzia è legato ad un’insegnante per bambini ritardati, classe nella quale era finito per via della non conoscenza della lingua (durante i suoi primi anni d’infanzia infatti la famiglia Buscaglia fece ritorno in Italia e al rientro in America, Leo non parlava neanche una parola di inglese). Ecco come la descrive: “Era una gigantessa, tipo Brunilde. Sapete, 230 di petto, 90 di vita, 242 di fianchi. Oh, lei sì che era ricca d’amore! Non le importava nulla che fossi un “dago”! Mi veniva vicino e si chinava su di me. Ricordo che scomparivo dentro di lei. Quanto calore umano. Lei mi abbracciava, mi sentiva, mi vedeva, e io mi davo da fare per lei! Scrivevo tante cose, e alla fine conclusero che avevano commesso un grave errore. E mi trasferirono nella noia… la chiamavano educazione “regolare”.”

Chi ha avuto la fortuna di averlo come insegnante ha di sicuro potuto apprezzarne l’originalità non fine a sé stessa, ma atta a generare uno choc per far vacillare le convinzioni socialmente acquisite.

“Che cosa sta succedendo a noi, che cosa sta succedendo alla nostra spontaneità? Se vi sentite felici, ditelo alla gente. Entrate nella vostra classe e dite: “Oggi sono così contento che faremo i matti tutto il giorno.” Perché non farlo sapere, ai vostri studenti? Ridete! Piangete! Un’altra cosa: gli uomini non piangono. Chi l’ha detto? Io piango un po’ per tutto. I miei studenti sanno sempre che ho letto le loro esercitazioni perché quando trovo qualcosa che mi commuove, c’è sempre la macchiolina di una lacrima.”

Anche un incontro casuale con Leo poteva diventare un’esperienza significativa, ad esempio in ascensore: “stiamo tutti sull’attenti, la porta si apre, e uno esce, uno entra e immediatamente si gira e guarda in avanti. Chi vi ha detto di girarvi e guardare avanti? A me piace entrare in un ascensore e voltare le spalle alla porta! Guardo tutti e dico: “Salve! Non sarebbe magnifico se l’ascensore si bloccasse e potessimo conoscerci meglio?” E allora succede una cosa incredibile: appena l’ascensore si ferma, escono tutti! “C’è un pazzo in ascensore, vuole conoscerci!”. Oppure in aeroplano. Dal racconto di un’amica-studentessa: “Una volta io e un amico andammo a prendere Leo all’aeroporto e, mentre lui si allontanava per ritirare i bagagli, un vecchio signore si avviciò e mi chiese: “Chi è quell’uomo? Ero seduto vicino a lui sull’aereo. Chi è?” Dopo aver ascoltato la mia breve spiegazione, sospirò: “L’immaginavo che era un tipo straordinario. Durante il viaggio ho visto che correggeva un mucchio di compiti e scriveva giudizi come “Bello!”, “Fantastico!”, “Meraviglioso!”. Nessuno ha mai scritto commenti simili sui miei compiti. L’avrei desiderato tanto”. Quell’adorabile vecchio aveva visto il maestro modello in azione, quello che onora l’arte dell’insegnamento e, a sua volta, è onorato dai colleghi e dagli studenti.”

Eppure era lo stesso Leo a mettere tutti in guardia dal pericolo insito nel porlo su di un piedistallo e farlo diventare il proprio guru. Diceva: Non seguite me o vi perderete. È voi stessi che dovete cercare e trovare.

Aveva capito tante cose sui bambini, e sulle difficoltà di comunicazione tra adulti e bambini. Diceva: “È ora di imparare a vedere i bambini e, sapete, non ci vuole molto. Basta che abbassiate gli occhi e diciate: “Sì” oppure “Che bel vestitino”. La piccola Sally indosserà quel vestito tutti i giorni per il resto dell’anno, perché voi l’avete visto.”

E ancora: “I vostri figli crescono così in fretta che non li vedete. All’improvviso alzate gli occhi e vedete un adolescente o qualcuno che sta per sposarsi. E voi vi siete lasciati sfuggire la gioia di guardarli in faccia perché eravate troppo indaffarati a lavorare per loro e vi siete perduti questa felicità.”

Sul delicato ruolo degli insegnanti: “Prima d’insegnare ai bambini, dobbiamo imparare a parlare con loro. Mi piacerebbe molto scrivere un libro intitolato: “Come parlare con i bambini”, perché vedo benissimo cosa succede tra gli adulti e i bambini: noi parliamo a loro, parliamo come se non ci fossero, parliamo in modo che non ci capiscano. Non comunichiamo mai con loro. Per comunicare veramente con i bambini, dobbiamo esercitarci a piegare le ginocchia. Dobbiamo piegarci per stare faccia a faccia con loro. Dobbiamo cercare di entrare nel loro mondo e smetterla di parlar loro del nostro. Ascoltiamoli. Invitiamoli a dirci che cosa vedono e sentono e odono perché – e questo vi sorprenderà – possono insegnarci qualcosa. E possono rimetterci in contatto con la meraviglia che era in noi e che abbiamo dimenticato.

Immaginate che cosa sarebbe il mondo se ciascuno di voi fosse incoraggiato a diventare un essere umano unico. Sapete che cosa penso? Che l’essenza del nostro sistema d’educazione sia rendere ciascuno eguale a tutti gli altri. E quando ci siamo riusciti ci consideriamo fortunati. Succede sempre così, lo vedete anche voi. “Non mi interessa la tua unicità. M’interessa sapere se sono riuscito a darti me stesso; se tu sai imitarmi come un pappagallo mi considero riuscito come insegnante.”

L’essenza dell’educazione non consiste nell’imbottirvi di fatti, bensì nell’aiutarvi a scoprire la vostra unicità, nell’insegnarvi a svilupparla e poi mostrarvi come dovete donarla. Infatti è necessario diventare l’individuo più colto, più geniale, più interessante, più versatile e più creativo del mondo perché allora si potrà donare tutto questo; e l’unica ragione per avere qualcosa è donarla."

La sua esperienza di vita in una famiglia italiana, con due genitori sempre presenti e pronti a mostrare i loro sentimenti, anche la disperazione di non avere niente, ha fatto sì che Leo nutrisse una sconfinata fiducia nel genere umano e nelle sue potenzialità.

Se possiamo trovare un’unica “pecca” in tutto il libro, tenendo conto del punto di vista portato avanti dal nostro sito, questa consiste nel fatto che alcune volte l’autore accenna a come sia necessario perdonare e accettare i propri genitori, in quanto persone umanamente imperfette e che hanno cercato di fare del loro meglio per i figli. Probabilmente questo dipende dal fatto che  durante la sua infanzia Leo Buscaglia deve aver ricevuto così tanto amore e un esempio tanto positivo dai suoi genitori, da non potersi immedesimare nelle storie tragiche di chi invece quell’amore non lo ha mai ricevuto. Non avendone fatta esperienza, il suo pensiero al riguardo può risultare a tratti ingenuo: ritengo che mancandogli la consapevolezza per esperienza diretta di maltrattamenti e/o abusi, non abbia potuto rendersi conto che cattivi genitori esistono eccome, e in molti casi non sono umanamente perdonabili.

Ancora dal suo libro: “Noi pensiamo che essere adulti significhi essere indipendenti e non aver bisogno di nessuno. Ecco perché stiamo tutti morendo di solitudine. Com’è meraviglioso sapere che gli altri hanno bisogno di noi! E com’è splendido avere bisogno e poter dire a qualcuno: “Ho bisogno”.”

Leggere le parole di Leo Buscaglia significa riportare fiducia e speranza nelle nostre vite, sapere di avere sempre e ancora una possibilità di affrontare la vita pienamente e con la volontà di essere persone migliori.

“I filosofi e gli psicologi ce lo ripetono da anni. “Tu non hai altro che te stesso. Perciò devi diventare la persona più bella, tenera, meravigliosa, fantastica del mondo. E allora sopravviverai sempre.”

Perché “esistono certamente le cose esterne, ma quello che conta davvero è il modo in cui voi personalmente reagite a queste cose esterne. Potete portare la gioia nella disperazione. Credetelo! Provate, la prossima volta!

Le persone infelici di solito vogliono che siate infelici anche voi. Caspita, ce la mettono tutta, vi assicuro. “Non permetterti d’essere felice.” Ecco, a me questo non riescono a farlo. Se gradiscono compagnia, terrò loro compagnia, ma sarò una compagnia gioiosa, non infelice.

Perché uno si comporti così, bisogna che faccia molte scelte. Una delle più importanti è “scegliere se stesso”.

Scegliete voi stessi.

Finitela di odiarvi. Finitela di buttarvi giù. Abbracciatevi e dite: “Sai, vai bene così! Starai perdendo i capelli, ma sei tutto ciò che ho!”.

Quando vi riconciliate con le vostre debolezze, ce l’avete fatta! Non sono enormi, sono soltanto una piccola parte di voi.

Quando riconoscerete l’importanza del rispetto per voi stessi, quando comprenderete che tutte le cose provengono da voi, allora potrete dare agli altri. Ciascuno di voi potrà creare un nuovo se stesso.

Io penso che un individuo ricco d’amore sia spontaneo. La cosa che più vorrei a questo mondo è vedervi ritornare alla spontaneità iniziale, la spontaneità di un bambino che diceva ciò che provava e pensava e si adattava facilmente a ciò che pensavano e sentivano gli altri.”

Felice Leonardo Buscaglia, detto Leo, ha lasciato questo mondo l’11 giugno 1998. I suoi libri sono stati acquistati da oltre 11 milioni di persone.

Quello che lo stupiva più di tutto, era la quantità dei suoi libri venduti in Italia. Non avrebbe mai immaginato che gli italiani avessero bisogno che un americano ricordasse loro l’importanza del cibo, della famiglia, della condivisione e dell’amore nelle loro vite, tutte cose che aveva imparato proprio dai suoi genitori italiani, Tullio e Rosa Buscaglia.

Info
Scritto da: 
Chiara Pagliarini, NTIS

“Vivere, amare, capirsi” è edito in edizione economica da Mondadori (dal 1996 continua a essere ristampato).