Né scapaccione, né indifferenza...noi scegliamo l'amore

"Lo scapaccione? Meglio dell'indifferenza" è il titolo di un articolo apparso sul sito di Don Mazzi (leggibile a questo link) e sul n. 37 del settimanale "Famiglia Cristiana". Nell'articolo, Don Mazzi esprime la propria opinione in merito alla recente notizia apparsa sui rotocalchi in cui un consigliere comunale pugliese, in vacanza con la famiglia per una crociera nei fiordi, è stato arrestato perché pare abbia tirato un «ceffone» al figlio. 

In particolare, i seguenti passaggi dell'editoriale di Don Mazzi hanno destato la nostra attenzione: "Rimproverare, alzare la voce, dare una tiratina di orecchi, allungare uno scappellotto sul sedere, credo sia la via più sbrigativa e semplice per smontare alcune manfrine dei nostri cicciobelli. Le piccole eccezioni (come l’urlata o lo scapaccione) servono solo per confermare regole già conosciute e atteggiamenti già discussi."

Di seguito, riportiamo la nostra opinione in merito all'articolo.

Spesso uno scapaccione non viene ritenuto un atto di violenza, ma una forma di educazione. La punizione corporale può essere definita come un qualsiasi atto inteso a punire un bambino che, se commesso nei confronti di un adulto, costituirebbe un’aggressione. Sberle, sculaccioni, tirate d’orecchie e di capelli nei confronti dei bambini sono sempre e comunque atti di violenza sia fisica che psicologica, e non hanno nulla di educativo.

Tutte le persone hanno il diritto alla protezione della propria integrità fisica, e anche i bambini sono persone.

Picchiare i bambini insegna a questi ultimi a diventare a loro volta persone che picchiano gli altri poiché imparano tramite l'osservazione e l'imitazione dei loro genitori, nel bene e nel male. Da numerosi studi e ricerche è emersa anche una diretta correlazione tra le punizioni corporali subite nell'infanzia e il comportamento violento o aggressivo di giovani e adulti. Da piccoli, praticamente tutti i peggiori criminali sono stati regolarmente minacciati e percossi.

E’ perciò responsabilità dei genitori dare esempio di empatia e saggezza.

Quando un genitore arriva ad usare la violenza fisica, vuol dire che il dialogo è fallito.

Siamo concordi con Don Mazzi quando dice che il dialogo è di fondamentale importanza, ma non condividiamo che poi per rafforzare le regole sia necessario usare la violenza, perché in questo modo si distrugge quel che si era creato.

Sarebbe più opportuno che il genitore si ponesse delle domande, prima di tutto: cos’è che io come genitore non sono stato in grado di capire? Arrivare alla punizione corporale significa non essere riusciti ad instaurare un dialogo dal quale emergano i bisogni del bambino e quelli dell’adulto. Solo attraverso l’empatia e il rispetto reciproco è possibile trovare un punto d’incontro.

Se un bambino non si comporta come noi vorremmo, per svariati motivi, certamente le cause non sono da imputare a caratteristiche negative del bambino stesso. In molti casi di cosiddetto "cattivo comportamento", il bambino sta semplicemente rispondendo nel solo modo che gli è possibile, in base all'età e all'esperienza, alla negazione dei suoi bisogni fondamentali. Il suo bisogno maggiore consiste nel ricevere amore e attenzione alle sue necessità da parte dei genitori. Purtroppo, di questi tempi, solo pochi bambini ricevono abbastanza tempo e dedizione, perché i genitori sono spesso stanchi e distratti e mostrano troppa poca comprensione e pazienza nei confronti dei figli. È davvero scarsamente educativo punire un bambino che in realtà si limita a reagire in modo naturale alla disattenzione verso i suoi bisogni e i suoi desideri fondamentali. Per questa ragione non solo la punizione alla fine è inefficace, ma è anche chiaramente ingiusta. Giustificare la sberla e darne diverse interpretazioni rispetto al contesto è fuorviante per chi legge l'articolo. Una sberla è sempre e comunque un gesto violento. Non ci permetteremmo mai di darla ad un adulto, neppure a un carcerato (si chiamerebbe tortura) né a un animale (in questo caso parleremmo di maltrattamenti) allora perché può essere data ad un bambino che non può difendersi?

La sberla o lo scapaccione sono portatori di una menzogna: pretendono di essere educativi mentre, quando sono inferti, servono solo ai genitori per sbarazzarsi della propria collera. Picchiano perché sono stati picchiati da bambini.

Gesù diceva che i bambini erano vicini a Dio e avevano bisogno di amore, mai di castighi. Un esempio di questo insegnamento ci viene dato dal film “Io sono con te” del regista Guido Chiesa e allegato proprio a Famiglia Cristiana solo qualche mese fa e al quale abbiamo dedicato un approfondimento (leggibile a questo link).

Come dice Alice Miller, psicoanalista polacca che ha dedicato la sua vita a studiare gli effetti negli adulti dei maltrattamenti subiti da bambini: “Gesù, figura adorata da tutte le chiese cristiane, è stato allevato da genitori che lo consideravano come il figlio di Dio. Si può supporre che non lo abbiano mai picchiato, che gli abbiano mostrato il più gran rispetto ed il più grande amore. Conosciamo i risultati di questa educazione fondata sull'amore, la tolleranza ed il rispetto: qualcuno che ha trasmesso a sua volta quello che aveva ricevuto: la compassione, la tolleranza, l'amore, il rispetto.”

Molti genitori non hanno mai imparato nella loro infanzia che ci sono modi positivi di relazionarsi coi bambini. La rabbia e la frustrazione che non possono essere espresse in condizioni di sicurezza da un bambino vengono immagazzinate interiormente. La rabbia accumulata per molti anni sarà uno shock per i genitori il cui bambino adesso si senta abbastanza forte per esprimere questa collera. È possibile che i castighi sembrino produrre un "buon comportamento" durante i primi anni, ma sempre a caro prezzo, che sarà pagato dai genitori e dalla società insieme, quando il bambino entrerà nell'adolescenza e non appena sarà adulto.

Le punizioni corporali esprimono il messaggio sleale e pericoloso della "legge del più forte", cioè che: è ammissibile ferire gli altri, purché essi siano più piccoli e meno potenti di quanto sei tu. Il bambino allora conclude che è lecito maltrattare bambini più piccoli e deboli. Quando diventerà adulto, proverà poca compassione per quelli meno fortunati di lui, e avrà paura di quelli che sono più potenti. Questo renderà difficile instaurare relazioni equilibrate e rispettose, così essenziali per una vita emotivamente appagante.

Il genitore dovrebbe cercare di capire l’origine della rabbia o opposizione del proprio figlio e dovrebbe valutare come gestirla in modo consapevole e maturo, non certo agendo la violenza sul figlio. Solo in questo modo si può rafforzare il legame e la fiducia tra genitori e figli. In qualche misura, tutti i bambini cercheranno di violare le regole fissate dai grandi, anzi, questo processo è una parte sana e normale della crescita infantile. Quando i bambini mettono alla prova gli adulti, spesso lo fanno per esprimere sentimenti che non capiscono, e grazie alle nostre reazioni imparano pian piano a gestire correttamente le loro emozioni. Quello che ci chiediamo però è quanto spesso noi adulti siamo in grado di gestire le nostre emozioni. Ci lamentiamo dell'insensibilità del mondo in cui viviamo, ma faremmo meglio a chiederci cosa possiamo fare in concreto per migliorarlo, osservando con maggiore attenzione cosa stiamo insegnando ai bambini.

Come genitori, il nostro ruolo non consiste certo nel risolvere i problemi dei nostri figli o nell’appianare le difficoltà sul loro cammino, ma nell’aiutarli ad acquisire fiducia in loro stessi e nella loro capacità di trovare le risorse necessarie in ogni circostanza.

L’Italia ancora nel 1991 ha ratificato la convenzione Onu sui diritti dell’infanzia, che prevede all’art. 19: "Gli Stati parti adottano ogni misura legislativa, amministrativa, sociale ed educativa per tutelare il fanciullo contro ogni forma di violenza...".

Ciò non significa dover mettere in prigione il genitore che dà uno schiaffo al figlio, ma far sì che i genitori capiscano che la via della violenza è sempre e comunque sbagliata. Il rispetto della convenzione è stato sollecitato e auspicato più volte da Papa Benedetto XVI, che ha usato tra l’altro queste sagge parole: "la tenerezza e l’insegnamento di Gesù hanno sempre costituito un appello pressante a nutrire nei loro confronti profondo rispetto e premura".

Concludiamo evidenziando che, con il nostro pensiero, non stiamo mitizzando alcuni autori che abbiamo ritenuto illuminanti ma stiamo portando la nostra esperienza fatta di un duro lavoro sul campo, di osservazione e relazioni quotidiane coi nostri figli e con i bambini piccoli che non ci verrebbero mai da trattare con violenza. Nel contesto di questo articolo abbiamo però trovato illuminante proprio il Vangelo e quell'interrogativo "lo faresti a Gesù?", la nostra risposta è "No. Allora non lo fare neanche a tuo figlio".

 


Info
Scritto da: 
Alice Scarmagnani, NTIS

19 settembre 2011

In questo editoriale sono state fatte citazioni di Jan Hunt, Adah Maurer e James S. Wallerstein, Peter Newell, AÌice Miller, John Valusek, Brian Gilmartin, Elliot Barker e B. Shipton, Sidney D. Craig, R.E. Helfer, David Bakan, Adah Maurer, Adele Faber e Elaine Mazlish, Rolfe Randall.