Millerianamente parlando... Tributo ad Alice Miller

"Io penso millerianamente che..."

“Dal punto di vista milleriano direi….”

“Guardiamolo in modo milleriano….”

Queste sono alcune espressioni che nel ristretto gruppo facente capo al nostro sito si leggono ormai piuttosto spesso. Una sorta di neologismo alla cui coniazione ho in parte contribuito, e che è entrato nel nostro lessico ad indicare, a mio avviso, un modo di vedere le cose più nel profondo.

Una volta una persona a me cara, parlando della morte di un suo caro amico per incidente stradale, soffermandosi su quanto sapeva della sua storia infantile, disse: “Benedetta abitudine di vedere tutto attraverso l’infanzia!”, volendo indicare che anche un fatale incidente stradale non sempre capita per caso.

Quanti di noi negli ultimi anni, dopo l’illuminante incontro con Alice Miller, come persona con un proprio tragico vissuto infantile prima e come competente studiosa poi, si sono ritrovati, anche nelle situazioni più impensabili, a collegare un avvenimento direttamente accaduto, oppure letto, o ancora solo ascoltato, al vissuto infantile dei protagonisti? Io oramai devo fare i conti quasi quotidianamente con questa scomoda forma mentis, un modo di vedere le cose che a questo punto mi impedisce semplicemente di indignarmi, irritarmi, arrabbiarmi - inferocirmi addirittura - in particolare occasioni, come avrei fatto un tempo.

Ormai no. Ogni volta mi ritrovo a cercare spiegazioni, analizzare quelli che possono essere i possibili vissuti infantili dei protagonisti, giustificarli o perlomeno capirli per  quanto mi è possibile.

L’ho fatto con Daniela Santanchè (leggi sul forum), cosa impensabile fino a un paio di anni fa (vista la distanza ideologica che ci separa) e lo faccio a volte anche in occasione di gravi episodi di cronaca nera, cercando l’origine del male celata nel drammatico vissuto infantile degli autori di tanto truci episodi.

Ecco. È così, a modo mio, che voglio ricordare Alice.

Giovedì 22/4/10 ho assistito alla trasmissione di Rai Due, Annozero, e precisamente al collegamento con il piccolo comune di Adro salito agli “onori” della cronaca per via dell’episodio del negato accesso alla mensa ai bambini i cui genitori risultavano insolventi o in ritardo col pagamento del servizio. Qui non importa, almeno non a me, analizzare dal punto di vista politico quanto successo, né desidero lanciarmi in ipotesi suggestive sul perché certe pulsioni sono così vive al nord, dato che non si tratta di una questione strettamente politica, né tantomeno di latitudini.

La cosa che ha colpito tutti coloro con i quali ho avuto modo di parlarne erano i toni del dibattito, e soprattutto gli sguardi delle madri che giudicavano un’ingiustizia l’accettare in mensa i figli delle famiglie insolventi. C’era in quei toni, in quegli sguardi, qualcosa che travalicava il fatto in sé o le mere strumentalizzazioni politiche di determinati episodi. Inevitabilmente la mia mente è andata a lei, Alice, e nello specifico alla sua analisi di come sia stata possibile la nascita di un movimento sociale, oltre che di un partito politico, che aveva fra i suoi fondamenti ideologici la soppressione di intere categorie di individui.

È forse la tesi più controversa della Miller, quella che tanto spesso trova il feroce contrasto delle categorie di intellettuali di diversa estrazione. Tesi tacciata di essere semplicistica e di non tener conto del particolare momento storico, ecc.

Vedasi a tal proposito l’intervista alla stessa Miller di O. Maurel presente sul nostro sito.

e della quale vi propongo un significativo estratto:

Una delle critiche che si sentono più spesso formulare contro di lei, per esempio, ultimamente nel libro di Ron Rosenbaum, “Perché Hitler?” è che lei vada troppo lontano pretendendo di spiegare Hitler, Stalin, Ceausescu e Mao Tze Tung attraverso la loro infanzia sfortunata. Non c’è sproporzione tra le botte ricevute da Hitler bambino e l’olocausto? Tra la violenza dei genitori di Stalin e i gulag? Claude Lanzmann è arrivato a dire che era “osceno” spiegare Hitler attraverso la sua infanzia. Cosa risponde a queste critiche?

Dire che voler comprendere Hitler è osceno non è una critica, è solamente l’opinione di un uomo che ha deciso di non voler capire. Per me che ho vissuto la seconda guerra mondiale è stato di primaria importanza capire come tutto ciò che si pensava essere impossibile fosse invece diventato reale.

Quando avevo 10 anni, ho visto a Berlino degli uomini, delle SA [Sturmabteilung – battaglioni d’assalto, n.d.t.] in uniforme gridare nelle strade. Mi ricordo che già, in quella circostanza, mi sono posta la domanda: cos’ha potuto rendere questi uomini così crudeli, così violenti. Questa domanda mi ha accompagnato tutta la vita.

In quel microcosmo riunito nella mensa scolastica protagonista dell’episodio, io ci ho visto chiaramente il germe in fieri di un possibile meccanismo del tutto assimilabile a quanto successo nella Germania nazista. Esagero? Forse, ma voglio ripeterlo, la mia non vuol essere un’analisi politica, quanto piuttosto un modo di onorare la memoria di Alice Miller, che ha munito tutti noi, suoi lettori ed estimatori, di uno sguardo profondo, che ci permette di andare molto al di là di ciascun singolo episodio di attualità.

Ho discusso con persone a me vicine dal punto di vista intellettuale i toni di quel “dibattito”, e abbiamo parlato degli sguardi di quelle mamme a tratti inferocite, tanto nei confronti delle famiglie insolventi, quanto contro i benefattori che volevano porre in qualche modo rimedio alla situazione.

Altri ci avevano letto: ignoranza, strumentalizzazione politica, impulso egoistico, ecc..

Non io e, oramai automaticamente, mi sono posto la stessa domanda della Miller: “cos'ha potuto rendere queste mamme (è forse il punto cardine, perché in quanto madri di figli coetanei istintivamente dovrebbero provare empatia) così feroci? La domanda che Alice si era posta a 10 anni: “in quella circostanza, mi sono posta la domanda: cos’ha potuto rendere questi uomini così crudeli, così violenti”?

Grazie ad Alice vi ho letto il dramma della loro infanzia, la necessità di trovare un obiettivo “lecito” per liberare le pulsioni provocate dalla “persecuzione” subita nell’infanzia impossibilitata a sfogarsi liberamente verso gli autori di tali soprusi. L’ingiustizia subita ha bisogno di trovare spazio e si indirizza più “lecitamente”, appunto, verso una categoria distante in molti sensi da loro, almeno in apparenza. E’ un refrain ascoltato innumerevoli volte: noi, noi, noi; loro, loro, loro……. Questo impulso, questo bisogno, si fa Partito, campagna elettorale fatta di promessa di “pulizia”, decisioni governative mirate a realizzare il progetto di cacciata dello straniero (aggiungo fra parentesi che altrove si è fatto camorra, ’ndrangheta, fucile, pistola, coltello. Ma questo caso è diverso rispetto ad altri venuti alla ribalta di recente, come ad esempio la rivolta dei braccianti di Rosarno e Villa Literno. Qui voglio supportare la tesi della Miller che riguarda le pulsioni che diventano movimento di massa e non isolati episodi, seppur drammatici).

A distanza di oltre 60 anni gli stessi impulsi continuano a sopravvivere, generarsi, riprodursi invariabilmente. È segno che i metodi pedagogici analizzati per spiegare il formarsi delle idee seguite da milioni di persone sono cambiati nella forma, ma non nella sostanza. Forse è diminuita la ferocia con la quale ci si accanisce contro i bambini, per lo meno in pubblico, ma l’accanimento rimane, visto che una spaventosa percentuale di genitori ammette di picchiare i propri figli anche in tenera età.

Vi riporto un estratto del libro di Katharina RUTSCHKY, ”Schwarze Pädagogik”, Ulstein, Berlin, 1977 citato dalla Miller ne' La persecuzione del bambino - l’origine della violenza, a riprova del fatto di come tali principi pedagogici, pur se stesi secoli prima, abbiano influito nella creazione di un movimento politico che faceva della cieca obbedienza il suo principale cardine. Di come la violenza subita in tenera età possa poi diventare pulsione indirizzata verso obiettivi “leciti” si è già detto. Se leggete il testo, oltre a raccapricciarvi pensando al fatto che tali concetti avessero vasto credito fino alle soglie degli anni '70 nella cultura austro-germanica, potrete leggere fra le righe idee e concetti che sotto altra forma è ancora possibile trovare in diversi ambiti pedagogici. Ecco il testo originale risalente alla metà del settecento, scrive J.G. Krüger:

"L’unico vizio che merita le busse è la testardaggine. È dunque ingiusto picchiarli affinché apprendano meglio; è ingiusto picchiarli perché sono caduti; è ingiusto picchiarli perché inavvertitamente hanno fatto dei danni; è ingiusto picchiarli perché piangono; ma è giusto e ragionevole batterli per ognuno di questi misfatti, oltre che per altre inezie, se essi l’hanno fatto per cattiveria. Se il vostro figliuolo non vuole studiare, perché invece voi lo volete, se piange con l’intento di tenervi il broncio, se fa danni per ingiuriarvi, in breve, se s’incaponisce: allora picchiatelo pure di santa ragione e lasciatelo urlare: no, no, papà, no! Giacché una simile disobbedienza equivale a una dichiarazione di guerra contro la vostra persona.

Se vostro figlio vuole togliervi la sovranità, voi siete autorizzati a scacciare la violenza con la violenza per rafforzare la considerazione di cui godete presso di lui, senza la quale non sarà possibile educarlo in alcun modo. Le busse non devono essere un semplice trastullo, ma mirare a convincerlo che il padrone siete voi. Perciò voi non dovete assolutamente smettere prima che egli abbia fatto ciò di cui prima, per cattiveria, si rifiutava. Se invece non se ne dà cura, voi avete ingaggiato con lui una battaglia in cui la sua malvagità ha trionfato, prefiggendosi seriamente anche in futuro di non dar retta alle percosse solo per non restar soggetto alla potestà dei genitori; se invece già dalla prima volta si è riconosciuto vinto e ha dovuto umiliarsi dinanzi a voi, perderà il coraggio di ribellarsi un’altra volta.

Comunque dovete badare a non lasciarvi sopraffare dall’ira durante il castigo. Giacché il fanciullo diverrà sufficientemente perspicace da scorgere la vostra debolezza, e considererà il castigo come un effetto dell’ira e non quale esercizio di giustizia, come invece sarebbe opportuno. Se dunque non riuscite a dominarvi in questi frangenti, lasciate piuttosto a un altro il compito di attuare il castigo, raccomandandogli però caldamente di non interrompere prima che il fanciullo abbia esaudito il volere paterno e venga a chiedervi perdono. Il perdono, come osserva assai giustamente Locke, non dovete negarglielo del tutto ma renderglielo un po’ brusco e non dimostrargli pienamente il vostro affetto prima che egli abbia emendato nella più totale obbedienza la sua precedente malefatta e dimostrato di essere deciso a rimanere fedele suddito dei propri genitori.

Se si educano i fanciulli fin dalla più tenera età con opportuna avvedutezza, si dovrà sicuramente ricorrere molto di rado a siffatti metodi violenti di correzione; sarà invece assai difficile mutare le cose qualora si prendano sotto la propria tutela fanciulli che sono già stati abituati ad avere una volontà propria. Talvolta ci si potranno risparmiare le percosse, in special modo se essi sono ambizioni, anche per gravi mancanze, se per esempio li si fa camminare a piedi nudi, se li si costringe, affamati, a servire a tavola, oppure se li si colpisce in qualche altro punto debole” (J.G. Krüger, Gedanken von der Erziehung der Kinder, 1752, citato in : Katharina RUTSCHKY, ”Schwarze Pädagogik”, Ulstein, Berlin, 1977, pag.120 e segg.).(citato in Miller. Pag.15-16)

Tanto è stato fatto fino ad ora, ma se ci guardiamo bene intorno, tanto c’è ancora da fare. Fortunatamente Alice ci ha indicato una via. Se tutti imparassero a pensare in termini profondi, se tutti, anche a costo di dover affrontare un doloroso percorso personale, capissero quanto la persecuzione dell’infanzia incida sulla realtà del mondo fatta di orrori quotidiani, pian piano la speranza di un mondo migliore prenderebbe il posto di questa cieca disperazione che a volte ci colpisce.

Grazie Alice, hai cambiato la mia vita. Mi rimane solo il rammarico di non averti incontrata prima, ma farò quanto possibile perché chiunque incroci la mia strada possa incontrare il tuo illuminante pensiero.

Info
Scritto da: 
Vito Rocco Torraco, NTIS