Il dramma di una bambina dotata: la tragica vita di Isabelle Caro

6 febbraio 2011

Lo scorso 17 novembre è morta all’età di 28 anni la modella Isabelle Caro, divenuta famosa in Italia a seguito della campagna pubblicitaria contro l’anoressia di Oliviero Toscani.

All’epoca molte voci si levarono contro quelle foto, accusate di non aiutare a risolvere affatto il problema, anzi, in qualche modo incriminate di spingere altre adolescenti a emulare la modella scheletrica. 

La campagna fu bloccata dal Giurì per la pubblicità e le foto choccanti ritirate dai cartelloni di tutta Italia.

Ricordo che seguii con interesse la vicenda, in particolare mi colpì molto la video intervista rilasciata da Isabelle in occasione dell’uscita dell’edizione italiana del libro in cui raccontava la sua storia: “La ragazza che non voleva crescere” (Cairo Publishing, 2009): http://www.youtube.com/watch?v=CgN_dIJK-dE

Qualche giorno fa la mamma di Isabelle si è suicidata, a leggere la scarna notizia riportata dai giornali a causa dei sensi di colpa per aver acconsentito al ricovero della figlia in una clinica dove non sarebbe stata curata adeguatamente, cosa che a suo dire l’ha portata infine alla morte per disidratazione. Ora sono partite le denunce per verificare eventuali responsabilità dei medici, ma la verità, a mio parere, è ben diversa. 

I sensi di colpa della madre di Isabelle, talmente insopportabili da portarla al suicidio, hanno radici ben più profonde e antiche. Isabelle è stata per tutta l’infanzia una bambina dotata: si è annullata nel corpo e nello spirito per accontentare una madre troppo esigente, una madre che si era aggrappata alla figlia in modo tanto morboso, dopo la separazione del marito, da non volere che crescesse.

Il termine “bambino dotato” è stato coniato da Alice Miller per designare, come ben descritto da Elisa B., quel bambino che si adegua alle pretese e ai bisogni dei suoi genitori. È il bravo bambino che tradisce sé stesso per far contenti mamma e papà e per sopravvivere alla disperazione della loro disapprovazione e del loro disamore. La definizione “bambino dotato”, anche se non prontamente intelligibile, ha il merito di mettere in luce la contraddizione che si nasconde dietro questa bravura imposta o autoimposta, per cui le doti che i genitori ostentano e da cui si sentono appagati sono in realtà il frutto della violenza e del dolore. Il bambino dotato, aggiunge Vito, non fa contenti solo mamma e papà, ma le persone che di lui si prendono cura indipendentemente dal ruolo ufficiale, basta che il bambino percepisca che da loro dipende la sua "sopravvivenza" emotivamente parlando. Emblematico il caso di Jurgen Bartsch http://it.wikipedia.org/wiki/J%C3%BCrgen_Bartsch (o altri bambini negli orfanotrofi), che controllava gli sfinteri in tenera età per compiacere il personale dell'ospedale.

Lascio ora la parola ad Isabelle, prigioniera di un amore malato per una madre sbagliata.

“Quando la relazione con il mio padre biologico si è interrotta, io ero tutto quello che le restava, avevo quattro anni, quindi ha voluto tenermi per sé. Rinchiudermi. Non mi ha mandato a scuola, un tempo era stata insegnante quindi si è occupata lei della mia istruzione. Non voleva che uscissi. Non avevo il diritto di uscire, non avevo il diritto di incontrare altri bambini, ero veramente in carcere, imprigionata a casa mia.

Passava tutto il tempo a prendere le mie misure, mi faceva indossare abiti troppo piccoli, gli abiti di una bambina di quattro anni. Non si rendeva conto che io stavo crescendo, rifiutava la mia crescita.”

L’intervistatrice commenta: “Tu hai scritto: Il miglior prigioniero è quello che asseconda il suo carceriere”
Isabelle la interrompe, ha l’urgenza di spiegare: “Ma io l’amavo talmente tanto… c’era solo lei nella mia vita. Non avevo nessun altro. L’unica cosa che volevo fare era piacere a mia madre e vederla sorridere. Io volevo che lei sorridesse.”

Poi racconta qual è stato l’episodio scatenante della malattia. Durante una visita pediatrica a 12 anni, sentendo il peso di Isabelle (39 chili per 1,52 di altezza), la madre fa un gesto di rifiuto, “come a dire che ero troppo. Troppo qualcosa.”

Isabelle si rende conto che sta crescendo, le sue forme di neo adolescente si stanno arrotondando, le crescono i seni e lei teme di non essere più la bambina che vuole madre: “Volevo mettere un freno a questa crescita e come farlo? Non potevo certo tagliarmi le gambe… la soluzione era di non mangiare più”. Si fa regalare per natale una bilancia e comincia a pesarsi ossessivamente. Quando perde qualche grammo e lo annuncia a sua madre, questa si complimenta con la figlia: “Vedevo che lei era contenta. Io volevo farle piacere”. 

Isabelle Caro ha cercato tutta la vita di rendere felice sua madre, è stata un esempio di bambina dotata che ha sacrificato il suo vero sé pur di strappare un sorriso alla persona che l’aveva generata e plasmata secondo i suoi desideri. Entrambe hanno pagato un prezzo troppo alto.

Info
Scritto da: 
Chiara Pagliarini, NTIS