Trasmissione radio con Brigitte Oriol - Liberarsi di un'infanzia dolorosa

Prefazione di NTIS

La traduzione può sembrare in alcuni punti poco precisa e non scorrevole. Ciò è dovuto al fatto che un'intervista avvenuta in forma colloquiale e in diretta sconta l'imprefezione della lingua parlata. Consiglio di leggere il testo ascoltando contemporaneamente l'intervista in lingua originale. Questo permette anche a chi non conosce la lingua francese di riuscire a capire le inflessioni e gli accenti posti da Brigitte su alcune parole e alcune parti del discorso, e rende altresì l'insicurezza e la paura che lungo il dipanarsi dell'intervista si riflette sulla voce dell'intervistatrice.

Intervistatrice: Buongiorno.

Brigitte: Buongiorno.

I: La nostra ospite di oggi è Brigitte Oriol. Brigitte Oriol è una psicoterapeuta che lavora a Bagnol sur Cèze, sulla riva dell'Alto-Rodano, ed è venuta ai nostri microfoni per parlarci di una cosa che le sta particolarmente a cuore.
B: Si, e con mio grande piacere.

I: Grazie. E' l'infanzia, ciò che abbiamo ricevuto dalla nostra infanzia e di cui forse siamo obbligati a liberarci perché sono spesso cose brutte, maltrattamenti. Oggi ci chiederemo come da adulti si possa giustamente liberarsi di questa infanzia dolorosa.

B: Già per liberarsene bisogna prendere coscienza che se ne è sofferto. E questo, sa, nel sito di Alice Miller alla rubrica "courrier" si possono leggere delle testimonianze che riceviamo di molte persone, tutte che hanno avuto un'infanzia molto dolorosa, con delle sevizie spesso inconcepibili. E quando loro stessi raccontano questo passato doloroso che hanno vissuto, raccontano senza arrivare a prenderne veramente coscienza. Minimizzano, banalizzano, dicono: "si, beh, si è trattato di qualche schiaffo, di qualche sculaccione" poi proseguono e viene fuori che "si, è vero, venivo chiuso nello sgabuzzino quando i miei genitori non erano d'accordo", possiamo vedere veramente delle sevizie di questo genere molto dolorose e possono parlarne senza emozione, come se fosse qualcosa di normale. Sono un po' nella negazione di quello che è successo loro. E soffrono perché per di più si sentono colpevoli di aver fatto arrabbiare i loro genitori, di averli messi in questo atteggiamento, perché ci hanno convinto che se hanno agito così è perché lo meritavamo.

I: Cioè anche se si è stati bambini picchiati, maltrattati - purtroppo ci sono casi estremi a volte.....

B: Ma io non parlo di casi estremi (I: ah, non parla di casi estremi?)... no, no io parlo di tutti.

I: I casi di tutti, e quindi si trovano giustificazioni, non si vuole prendere coscienza di questi maltrattamenti, di queste cose brutte che si sono vissute...

B: No. Non ci si rende conto che quei maltrattamenti subiti fanno sì che oggi si abbiano dei desideri suicidi, si sia depressi, o si abbia una dipendenza dall'alcool e non ci si rende conto che nel racconto della loro infanzia dolorosa c'è tutto questo. Ed è lì la trappola da cui uscire - ecco, lei ha detto "come liberarsi" di questo passato doloroso - la prima cosa è di vedere che si è trattato di un passato doloroso. Quindi, è molto facile parlare di cosa una persona vive oggi come sofferenza - perché si soffre terribilmente - ma se ci raccontiamo che i nostri genitori hanno riversato su di noi ciò che i propri genitori hanno fatto loro, che alla fine siamo stati il catalizzatore, lo sfogo dell'odio che i nostri genitori provavano loro stessi verso i loro genitori, allora là si può cominciare già ad osare di guardare, a uscire un po' dalla negazione. E molto presto, ci si può connettere a quel piccolo bambino che siamo stati e che ha sofferto, perché in effetti è tutto qui. Possiamo facilmente e liberamente parlare di quello che viviamo oggi, ma non si arriva a sentire quanto questo bambino che siamo stati abbia sofferto. E' molto difficile connettersi a questo dolore di essere stati trattati in quel modo.

I: E' molto doloroso perché alla fine questo attacca le persone che ci sono più care, i nostri genitori, e significa dire che i nostri genitori sono responsabili di cose brutte per noi, ed è intollerabile.

B: E' così.

I: Ciò che lei ci ha spiegato ora.

B: Si, è così. Quello che succede è che è molto difficile condannare i genitori, e allora preferiamo perdonare. E allora ci si rifà in ogni modo sui propri figli, perché queste persone, la cosa di cui si sentono più colpevoli, è di picchiare i propri figli.

I: Allora, lei ha detto due cose or ora. Ha detto già che si comincia a uscire dalla negazione quando si accetta di capire che i nostri genitori hanno riprodotto su di noi ciò che loro stessi hanno già vissuto, quindi abbiamo già trovato un nesso, e che le persone che hanno subito maltrattamenti... la loro attenzione viene attirata quando riproducono la stessa.... è una brusca presa di coscienza...

B: Si, per alcuni si. Allora, a volte perché si sono sentite delle informazioni, alcuni si sentono molto molto male quando picchiano i loro figli, avrebbero preferito agire diversamente ma la situazione ha fatto sì che loro agissero così, ma la situazione è sempre perché si è stati picchiati. Quando picchiamo i nostri figli non è perché siamo stanchi, non è perché "sono malata....", non è perché....

I: E' perché abbiamo avuto questo modello.

B: Assolutamente si.

I: Lei ci sta dicendo che non è ineluttabile riprodurre ciò che si è subito, si può spezzare la catena.

B: Certamente. A partire giustamente dal momento in cui vogliamo uscire da questa negazione, che tutto a casa era formidabile..., "i miei genitori mi hanno molto amato anche quando mi picchiavano..." come la maggior parte delle persone, in quel momento se veramente osiamo vedere la realtà del nostro passato e possiamo avvicinarci alle nostre emozioni di allora, a questa sofferenza che abbiamo vissuto da bambini, solo in quel momento là non si ha più voglia di riprodurla. Non si può più. Perché là conosciamo la sofferenza, il dolore che ci ha causato, e non si ha più voglia di ritrasmetterla ai nostri figli.

I: In effetti si ha l'impressione che sia semplice. Basterebbe riconoscere di essere stati vittime di maltrattamenti per smettere di maltrattare i propri figli.

B: Si

I: Sembrerebbe semplice come ne parliamo qui, una di fronte all'altra, ma in effetti dev'essere difficile.

B: E' molto difficile perché siamo in un ambiente socio-culturale, ebraico o cristiano che sia, dove dappertutto si proteggono i genitori, si deve perdonare, bisogna saper perdonare... Se il perdono funzionasse davvero, già da molto non ci sarebbero più violenze. Di certo.

I: In effetti il perdono è tutta un'altra cosa... il perdono non è scusare, il perdono non è dimenticare, il perdono non è negare.

B: Il perdono non guarisce in nessun modo. Il perdono non salva. Se io perdono ai miei genitori quello che ho subito, allora posso continuare a farlo ai miei figli sperando che un giorno loro stessi mi perdonino.

I: Cioè, vorrei precisare quello che ho detto prima, il perdono non è dimenticare, non è la negazione, il perdono è un atteggiamento del tutto profondo che effettivamente non giustifica, è un altro percorso.... ma vedo che lei è un po' scettica...

B: Si, si. Perché (I: Il perdono è un'alta virtù) non c'è compromesso. A partire dal momento in cui mi sono avvicinata a questa bambina che sono stata, e che ha molto sofferto, non posso - di qualsiasi modo si tratti - trovarmi su di un percorso di perdono. Che possa essere profondo, o non profondo.

I: No, quello che voglio dire è che è dentro la nostra ottica spirituale - noi siamo una radio cristiana - sappiamo che Cristo ha perdonato ai suoi carnefici, è un discorso complicato... intendo dire non è una scusa, è al di fuori dell'amore...

B: Ciò che ha permesso in seguito ai cristiani di continuare il procedere della violenza.

I: Si..... forse......

B: E' così. Ecco perché la storia del perdono non è... non può essere salvifica. Se sono su quel percorso, non posso essere a fianco del bambino che ha sofferto e a fianco dei genitori. Non è possibile. Se faccio un compromesso, allora il mio corpo... è il mio corpo che griderà attraverso la malattia, attraverso la depressione, o quello che vogliamo, attraverso le dipendenze. Perché lui non sarà d'accordo. Lui non sarà d'accordo.

I: Si, sono d'accordo con lei. Bisognerebbe fare un'intera trasmissione sul perdono al di fuori dello spirituale, e che non va per niente contro quello che lei sta dicendo perché è evidente che se scusiamo, se aboliamo, se neghiamo, resteremmo nella catena, aggiungeremmo una maglia [alla catena] in più.

B: Assolutamente. Assolutamente. Se il perdono esistesse - lei parlava prima della religione - allora io non so come i preti, che una o due volte al giorno recitano il Padre Nostro: "rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori" [in francese: "Pardonne-nous nos offenses, comme nous pardonnons aussi à ceux qui nous ont offensés.", letteralmente: "perdona i nostri peccati, come noi perdoniamo a coloro che ci hanno offeso", n.d.t.]. Se questa preghiera avesse davvero un potere sull'uomo (parlo solo a livello dei preti, certo) non si arriverebbe alla pedofilia o ad altri sistemi e registri di violenza. Possiamo vedere che......

I: Ci fermiamo qui per oggi, vorrei che non scioccassimo nessuno. Il perdono cristiano esiste, ma nella realtà psicologica non possiamo abolire certe cose. Restano là.

B: E' così. Lei ha fatto una bella conclusione.

I: Spero che non siamo state mal comprese quando abbiamo parlato di perdono. Brigitte Oriol, la ringrazio e a presto.

B: Grazie a lei Anne.

Info
Traduzione: 
Chiara Pagliarini

Trasmissione registrata su RCF il 30 Settembre 2008